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Finché il record nelle architetture sarà nel costruire ponti anziché mura, l’umanità potrà contare dei successi.

Questo pensiero mi viene tutte le volte che scelgo di chiudere una delle mie opere pittoriche rappresentando un ponte, inserendo i fili, un tema a me caro, che in questo caso specifico vogliono rendere più vicini due spazi o, metaforicamente, due mondi.

Questo è quello a cui ho pensato anche quando ho letto dell’inaugurazione dell’Hong Kong-Zhuhai-Macao, il ponte più lungo del mondo. Un’opera pazzesca di 55 chilometri che unisce Hong Kong e Macao alla Repubblica Popolare Cinese, record dell’ingegneria ma soprattutto inizio di un nuovo scenario.

Mi sorprende sempre la potenza dell’uomo nel gestire la materia, quando penso che per costruirlo sono state utilizzate quattrocentomila tonnellate di acciaio e nove anni di lavoro, collegando Hong Kong e Zhuhai Macao in meno di un’ora. Se ci pensate è quanto ci impiega un milanese in questo periodo di caos natalizio per raggiungere la parte opposta della città. L’obiettivo è mettere in comunicazione ultra rapida la capitale dell’economia Hong Kong con quella della tecnologia Schenzen e dell’industria Dongguan nel Guandong, e conseguentemente Macao. Un’area che la Cina ha già denominato «Greater Bay Area» e che complessivamente raggrupperebbe undici urbanizzazioni in un’unica megalopoli. Un’enormità.

Credo che quest’opera abbia soprattutto un valore strutturale simbolico perché l’unica costruzione è l’insieme di tanti ponti collegati, senza i quali non sarebbe stata possibile. E’ questo il vero fascino di sempre, del piccolo tassello che diventa una cosa cosmica solo se unito ad altri tasselli e, a prescindere dal fatto che il motore di tutto questo sia stato economico, mi piace pensare ad un trait d’union culturale.

Credo che l’uso che se ne farà giustifichi alla fine l’impatto importante sulla natura, perché è chiaro che da ora in poi il delta del fiume delle Perle non sarà più lo stesso.