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Il 3 gennaio è uscito il film atteso sulla vita dell’artista olandese. Amato, discusso, criticato, giudicato. Comunque eterno. Un film che ti prende e ti trasporta, sia per com’è stato realizzato, sia per come riesce a trasmettere la forza della pittura dell’artista, magnificamente interpretato da Defoe.

La chiave di lettura sta nella domanda che Van Gogh e Gauguin nel film di Julian Schnabel si fanno:

“Perché la gente guarda un quadro? Per vedere le persone dipinte o i dipinti delle persone?”

Già, perché? Nel tentare di rispondere a questo sta l’essenza stessa dell’espressione artistica, del sentimento che muove il talento, della differenza tra un artista di maniera e un artista di genio. E senza mai prescindere da questo interrogativo, anche il regista, di quello che è a tutti gli effetti un capolavoro, ha realizzato il film. Come se la macchina da presa fosse un pennello che, muovendosi, trasmettesse allo spettatore una speciale personale geniale visione del mondo e contemporaneamente l’attimo in cui l’arte di Van Gogh prende forma. Un mondo evanescente, distorto e annebbiato dalle lacrime o dall’assenzio, sobbalzante per effetto delle corse nella natura, invaso dai gialli, verdi e blu che sono un inevitabile richiamo ai toni che poi il pittore trasferisce negli alberi, nei girasoli, nel cielo.

Questo è l’obiettivo centrato dalla trasposizione cinematografica della biografia di un pittore straordinariamente unico. Creare momenti inaspettati, giustificati solo dall’incontro della vita stessa del protagonista con l’ispirazione, cercando di essere un traduttore del linguaggio che lo ha reso famoso per riuscire a leggerne l’opera così come è stata creata senza interpretarla o ancor peggio a giudicarla. Un’opera contaminata dal tormento, dalla sofferenza, dal legame viscerale col fratello, dal rapporto burrascoso con Gauguin, ma soprattutto dal complesso rapporto tra ispirazione e tecnica, cui il regista riesce assolutamente a farci partecipare.

Un film da vedere.

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